Commento alla Filosofia della natura, Capitolo 39

Sguardo retrospettivo e passaggio

All’inizio stava la frase secondo cui la filosofia della natura tratta della sfera in cui le determinazioni si separano. Ora si può dire su che cosa ciò sia stato mostrato e che cosa ne segua.

Il separarsi non è un difetto dell’esposizione. Ha una forma indicabile. Ciò che il capitolo 41 mostra con Neuser per la figura del sillogismo — che nella Logica media il particolare, nella natura il singolare, e che perciò l’uno degli estremi resta accanto all’altro invece di risolversi in esso — è la ragione del rilevamento del capitolo 24: quattro passi dove la Logica ne ha tre. È la stessa ragione per cui la natura è consegnata al caso e le sue forme non sono deducibili senza lacune. L’impotenza a trattenere il concetto non è dunque una scusa, ma una determinazione dell’oggetto.

Da ciò dipende il confine contro due letture più comode. L’una vuole calcolare la natura a partire dalla Logica; fallisce sull’impotenza. L’altra tiene l’ordine logico per una classificazione sovrapposta a posteriori; fallisce sul fatto che quell’ordine si lascia mettere alla prova — nel modo più chiaro là dove Hegel stesso non lo mantiene e interrompe l’esposizione sillogistica del processo chimico (capitolo 20), e là dove i suoi allievi ne fanno una procedura di conferma (capitolo 40).

Che cosa il volume resta debitore alla scienza della natura e che cosa no. Resta debitore di ogni previsione. Non resta debitore della critica delle false ontologizzazioni — calorico, flogisto, teoria dei pori —, né della domanda su quale forma prevalga dove. È un giudizio, non una classificazione, e si può contestare.

Il passaggio. Il capitolo 37 ha indicato una direzione in cui potrebbe stare una rinnovata dottrina dei gradi. Il passaggio che Hegel stesso compie sta altrove ed è più stringato. La natura raggiunge l’universalità solo come ripetizione: l’individuo perisce, il genere resta, e nessuno dei singoli è mai l’universale. Con ciò la natura è alla sua fine, non perché le si debba aggiungere qualcosa, ma perché non raggiunge la propria determinazione. Ciò che manca all’animale è sapersi come genere.

Lo spirito è il genere che si sa. Non è un materiale nuovo, ma lo stesso in un altro rapporto — e perciò Der Übergang aus der Natur (§ 381) non comincia con una demarcazione dall’animale, ma con ciò che l’uomo condivide con esso. Due fili di questo volume proseguono là espressamente. Il fine interno, del quale qui vale che un organismo non deve saperlo, è là riscattato come impulso: come differenza sentita tra ciò che uno è e ciò che potrebbe essere. E la domanda del capitolo 29, se alla forma della vita appartenga un sentimento di sé, non vi è risolta, ma collocata — come grado del sentire.

Seconda parte: La ricezione

Quattro tentativi di lavorare con la filosofia della natura di Hegel — due dalla sua scuola, due dal presente. Non sono qui raccolti per amore di completezza, ma perché insieme rispondono a una domanda che la prima parte lascia aperta: che cosa accade quando si vuole proseguire questa filosofia?

VI. Gli allievi: Erdmann, Rosenkranz e Michelet

Rosenkranz (1850), Erdmann (1858) e Michelet (1876) sono le rielaborazioni provenienti dalla scuola stessa di Hegel, e sono istruttive perché eseguono in modo diverso il medesimo programma. Non sono qui trattati nell’ordine; l’inizio spetta alla più breve e più densa delle tre.