Commento alla Filosofia del diritto, Capitolo 1

Il programma di Hegel

La filosofia del diritto non è né scienza giuridica né sociologia. Essa intraprende qualcosa d’altro: mostra come la volontà libera debba darsi il proprio mondo per essere realmente libera. Una volontà che è libera solo “in sé”, senza darsi una forma nel mondo, non è propriamente libera, ma solo possibile. La libertà non è uno stato dell’interiorità, ma un rapporto — e un rapporto ha bisogno di un Altro in cui realizzarsi.

Hegel lo ha condensato nella lezione di Logica del 1825 in una frase che vale per l’intera filosofia del diritto: essere libero significa “essere presso se stessi, ma non in modo astratto, bensì essere presso di sé nel contenuto della determinazione, essere presso di sé nella particolarità, nella determinatezza, con il contenuto conforme a ciò che è mio”.[1] Non l’assenza di determinazione, dunque, ma il riconoscere la propria determinazione — ed è questo ciò che una legge realizza, quando è all’altezza del suo compito.

Questo è il movimento propulsore dell’intera opera: la volontà si pone in una cosa (proprietà), in un’altra volontà (contratto), nella propria interiorità (moralità), e infine in forme comunitarie durature (eticità). Ognuno di questi gradi è un determinato concetto di libertà, e nessuno è l’ultimo, finché la volontà non si ritrova pienamente nel mondo.

Lo spirito oggettivo si colloca, all’interno del sistema hegeliano, tra lo spirito soggettivo (la singola coscienza) e lo spirito assoluto (arte, religione, filosofia come autoconoscenza dell’umanità). È la sfera in cui l’interiore si dà un esteriore duraturo — diritto, morale, istituzioni — e con ciò cessa di essere meramente soggettivo.


  1. Hegel, Vorlesungen über die Wissenschaft der Logik, trascrizione Kehler, corso 1825: GW 23.1, p. 381. ↩︎