Commento alla Filosofia della natura, Capitolo 40
La contraddizione da cui segue la successione dei gradi
Il fulcro di Erdmann, ed è la formulazione più chiara del pensiero che si trova nella scuola:
“Essa è ragione e tuttavia è fuori di sé […] Questa contraddizione, che la natura è ragione senza essere razionale, può […] anche essere formulata così: che essa ci mostra l’assoluto, ma non in forma assoluta.”
E da qui la successione dei gradi — non come classificazione, ma come soluzione:
“La natura sarà dunque compresa correttamente solo se nei suoi fenomeni si dimostra una serie di tentativi sempre più riusciti di risolvere quella contraddizione, oppure, il che è lo stesso, una successione di gradi in cui la natura si avvicina al punto in cui la ragione esiste in esseri razionali.”
Questo è un motivo di transizione che Hegel rimane a dover fornire. Perché la serie procede oltre? Perché una contraddizione richiede una soluzione — e ogni grado è un tentativo che riesce un po’ meno male. [KF]
Le due vie — e il rifiuto della pretesa
Erdmann distingue scienza della natura empirica e speculativa secondo la direzione: l’una lavora verso il fondamento, l’altra verso la conseguenza. La sua immagine per questo è precisa:
“le due vie stanno tra loro come il calare una perpendicolare sulla superficie sferica e il prolungare la linea trovata in direzione del centro stanno al tracciare un raggio dal centro verso la periferia. Queste linee non possono mai incrociarsi, purché siano tracciate diritte; piuttosto col tempo — certo ci vuole pazienza — si incontreranno.”
E la frase che delimita la pretesa: “sarebbe presunzione se la scienza della natura speculativa, o filosofia della natura, volesse negare alla scienza empirica, o descrizione della natura, il nome di scienza.”
Questa è la posizione opposta a Michelet, formulata diciotto anni prima di lui: entrambe le vie sono scientifiche, nessuna ha la precedenza, ed esse si incontrano soltanto col tempo.
Il passaggio alla vita — più preciso che in Hegel
Erdmann dice a cosa fallisce il processo chimico, e precisamente in una frase con due motivi:
Perché esso “dipende dall’incontro casuale di sostanze, non procede abbastanza dall’interno, ma parimenti, poiché si estingue in un istante, alla fine non è, cioè non è abbastanza processo, la ragione cerca oltre un processo tale che sia processo anche alla fine.”
Non abbastanza dall’interno e non abbastanza processo — questi sono due difetti verificabili, e la vita è determinata come ciò che rimedia entrambi: un processo, “dove un ente non solo si è dato una forma una volta per tutte, ma se la dà sempre di nuovo, ossia la riproduce”.
E il cristallo egli lo chiama, a questo proposito, „una prefigurazione […] della vita“ — perché a suo riguardo si parla di crescita ed esemplare, e ciò non sarebbe casuale.
Dove commette lo stesso errore degli altri. Nella fisica anche Erdmann ordina i processi secondo dimensioni spaziali: il magnetismo „come forza lineare solo una, l’elettricità come forza superficiale due dimensioni“, finché nel processo chimico la formazione cristallina mostra „come tutte e tre le dimensioni siano dominate dagli stati interni […]“.
Ciò ha un’origine fenomenologica — il magnete viene rappresentato tramite un asse, le cariche si distribuiscono su superfici — e non una forza categoriale. I campi magnetici non sono unidimensionali, e un processo chimico non è più elevato per il fatto di occupare tre dimensioni. La metafora spaziale registra forme di manifestazione e viene, senza che ce ne si accorga, elevata a loro spiegazione — la stessa pseudo-deduzione che Michelet svilupperà in seguito. [KF]
Dove Erdmann si trova nel 1858 — un anno prima di Darwin
Il passo più notevole riguarda la storia della terra, ed è scritto prima dell’Origin of Species:
“In una forza produttiva rigogliosa ma anche sfrenata la terra ha generato i suoi parassiti, piante e animali; essi sono periti e hanno forse fornito con ciò la materia da cui soltanto poteva sorgere qualcosa di più perfetto, che a sua volta fu gettato nel crogiolo della distruzione per fornire la materia a qualcosa di ancora migliore.”
E, parimenti prima di Haeckel: “Almeno gli animali attuali attraversano, nella loro vita embrionale, gli stati che presso quelli estinti erano quelli della maturità.”
E al tempo stesso non è una teoria dell’evoluzione — questo va messo accanto, perché lo dice Erdmann stesso:
“qui invece soltanto i singoli esemplari hanno la loro storia, vengono generati e muoiono, mentre le totalità o universalità, i generi e le specie restano invariati, e possono al massimo, sotto l’influsso di una potenza estranea, degenerare verso l’alto o verso il basso, essere nobilitati o intristire.”
Con ciò lo sviluppo si scompone in due affermazioni scollegate: la terra produce, l’una dopo l’altra, forme sempre più perfette — ma le forme stesse non mutano. Ciò che resta è una successione di produzioni separate, non un nesso di discendenza.
E contraddice la sua stessa determinazione iniziale. Erdmann aveva determinato la natura mediante l’immutabilità, e ne aveva concluso che un fieri nell’ambito delle leggi di natura renderebbe impossibile ogni scienza della natura. Ma la sua storia della terra è irreversibile. La distinzione di cui avrebbe bisogno — leggi immutabili, risultati storici — egli non la traccia: dalla costanza delle leggi non segue alcuna costanza delle forme, poiché proprio leggi immutate possono produrre processi irreversibili. [KF]
Anche la teoria cellulare è rielaborata: “ciò che dal muco si forma per primo sono i veri atomi della vita, le cellule” — con la differenza rispetto al cristallo, che viene determinata esattamente: la cellula non esclude la soluzione madre, ma la include, e non è un’aggregazione, bensì una „vera unità ultima“.
E la conclusione che conduce al prossimo volume
Erdmann finisce dove finisce questo volume e comincia quello sullo spirito:
“la dottrina dell’uomo è dunque, come da un lato era l’ultimo capitolo della scienza della natura, così dall’altro il primo capitolo della scienza dello spirito.”
Con la determinazione del passaggio: nel momento in cui l’io si desta, “l’uomo si scompone insieme al mondo, il mondo finora uno e intero si scinde nei due mondi, mondo interno e mondo esterno, io e non-io.”